No al decreto salva sindacati

Il tramonto del decreto “Salva Roma”, dopo l’intervento sul governo da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rappresenta forse una piccola sconfitta per il partito della spesa pubblica irresponsabile, ma rischia di essere una vittoria di Pirro per quanti prendono sul serio la spending review. Alcune norme verranno infatti inserite nel decreto Milleproroghe, che dovrà essere licenziato oggi dal Consiglio dei ministri.
20 AGO 20
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Il tramonto del decreto “Salva Roma”, dopo l’intervento sul governo da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rappresenta forse una piccola sconfitta per il partito della spesa pubblica irresponsabile, ma rischia di essere una vittoria di Pirro per quanti prendono sul serio la spending review. Alcune norme verranno infatti inserite nel decreto Milleproroghe, che dovrà essere licenziato oggi dal Consiglio dei ministri. Il governo darebbe un importante segno di cambiamento se evitasse di infilare nel provvedimento l’indulgenza plenaria per Atac, la municipalizzata dei trasporti pubblici della Capitale, e le altre aziende del comune. Nei giorni scorsi, un emendamento presentato da Linda Lanzillotta (e inizialmente approvato) avrebbe imposto al Campidoglio di cedere le partecipate per abbattere il debito, e licenziare il personale in eccesso. Alla fine, però, ulteriori emendamenti ne hanno completamente sovvertito il senso, offrendo ai sindacati il potere di veto, per legge, su qualunque intervento sui dipendenti. Ciò a dispetto della gestione dissennata di queste realtà, che, per esempio, ha portato Atac ad accumulare 1,6 miliardi di euro di perdite nell’ultimo decennio (di cui 156 milioni nel 2012).
Dal bilancio di esercizio 2012 emerge che il costo di produzione è pari quasi a 6 euro per vettura per ogni chilometro percorso, al di sopra dei 4,25 euro individuati come riferimento per gli spostamenti urbani di superficie in uno studio dell’Università Sapienza per conto dell’Anav (l’associazione delle imprese di trasporto aderenti a Confindustria). Questi costi pazzi derivano da una complessiva inefficienza che riguarda tanto il personale quanto gli acquisti, tanto il lassismo contro l’evasione tariffaria (stimata al 30-40 per cento) quanto l’eccessiva dipendenza dai sussidi (i ricavi da titoli di viaggio coprono appena il 30 per cento dei costi). Il dissesto del comune di Roma è conseguenza diretta della gestione bancarottiera delle aziende pubbliche. Se il governo vuole davvero salvare Roma, deve pretendere anzitutto un gesto di serietà e rispetto: chiudere l’èra delle municipalizzate mangiasoldi. (Anche se la questione non riguarda solo la Capitale: il capitalismo pubblico e municipale, ha reso noto Confindustria, costa quasi 23 miliardi allo stato, l’1,4 per cento del pil). Dopodiché, se Roma vuole vedere moneta, inizi col privatizzare cammello.